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lanawnshee
03 August 2007 @ 03:34 pm

Sottotitolo: Guh???

Ultimamente sto riempiendo i miei momenti oziosi con la lettura di Danse Macabre di Stephen King, saggiamente consigliatomi da Jean Genie. Ho trovato particolarmente divertente il settimo capitolo, dedicato ai "Film d'orrore come porcheria". Tra una risatina da stronzetta e l'altra, mi imbatto in questa frase:  

"E non dobbiamo dimenticare Swarm, lo sciame che uccide di Irwin Allen, e il suo cast pieno 
di Facce Note. Ecco un film che riesce a far meglio di 
Profezia: sembra che siano
stati spesi novantotto dollari, ed è costato dodici milioni.
"

Ora immaginatevi questa scena. Non è andata proprio così, ma immaginatevela lo stesso. Ridendo chiudo il libro di King. Vedo la Guida Tv sul tavolino. Mi chiedo "Chissà cosa fanno stasera?", la apro e - TADAAAAN - cosa leggo per la serata di giovedì 2 agosto 2007?
Ok, non era Swarm, era Swarm II. Potenzialmente ancora meglio, però, no? Cioè, se nove volte su dieci il sequel di un film tutto sommato buono risulta più gradevole da sciropparsi solo rispetto ad un'epidemia di peste e poche altre cose, COSA poteva essere il sequel di un film che si beccava una simile definizione? COSA?
Non potevo semplicemente perdermelo, così ieri sera mi sono sintonizzata. Dopo cinque secondi ho capito che avevo il dovere morale di condividerlo con tutti voi che non l'avete visto. 
Nella migliore tradizione dei film "pop corn sì, cervello no", il film si apre con una scena topica, di quelle che ti fanno capire subito chi sono quelli da odiare, anche se ti sei perso i primi scambi per andarti a prendere qualcosa da bere. Un manipolo di visi pallidi dotati di immancabili pistolazze cariche minaccia un capo tribù del Guatemala che pare impagliato. Vogliono sapere dov'è una cosa particolare che potrebbe salvare l'umanità ma potrebbe anche condannarla alle pene dell'inferno. Che suspance, tenendo conto che il titolo del primo film era "lo sciame che uccide"... insomma, è la classica scena dell'indio saggio che cerca di mettere in guardia l'occidentale imbecille. D'accordo, spesso lo siamo, ma perché marciarci sopra in questo modo? Spassosissima, comunque la presenza di un traduttore capo indiano - inglese, inglese - capo indiano. Soprattutto perché, quando il super cattivo (Schroeder o qualcosa del genere... dev'esserci una regola non scritta per cui se il cattivo non ha un nome vagamente teutonico, non è un vero cattivo) prende un povero ragazzino indifeso e gli punta la pistola in testa per costringere il grande capo ad accontentarlo (suspance, vero?), interviene un villico x del villaggio... rispondendo in perfetto inglese "Vi accompagno io". XDD Ma a che cavolo serviva il traduttore se gli indios capivano perfettamente la lingua dei Cattivissimi?
Segue una sequenza da Indiana Jones dei poveri: l'indio acculturato li scorta dentro la giungla fino a una mirabile costruzione che racchiude il vaso di Pandora. Due cavie ci restano, a causa dei trabocchetti, MA il losco piano dei Cattivissimi va in porto. Li ritroviamo infatti a pagare un camionista perché faccia passare una misteriosa cassa al di là del confine con il Messico. Il rude camionista, oltre ai soldi, vuole assolutamente avere un ciondolo d'ambra che il Cattivissimo Schroeder aveva fregato al capo indiano (che, essendo imbalsamato, non poteva certo riprendersi). Si sa che i rudi camionisti sono sempre molto sensibili al fascino della bigiotteria.
Al confine col Messico finalmente entrano in scena anche i buoni. Prima lui, dopo lei. Lui è un entomologo (ogni volta che qualcuno lo definisce così, qualcun altro si premura di chiarire al pubblico che "entomologo" significa "che studia gli insetti". Ehy, lo sappiamo! Non siamo tutti americani!), e ovviamente è molto lontano dall'essere l'idea platonica di entomologo che uno potrebbe avere. Secchetto, occhiali a Filini... no, no, 'sto qui è un pezzo di Marcantonio fashion, e le sue mani le immagini intente a far altro che prendere per le zampette gli scarrafoni. Lo vediamo intento a correre per la giungla come se fosse una pubblicità dell'Invicta. Poi scopriamo che è stato assunto dal sindaco di una cittadina messicana per scongiurare un'epidemia di malaria (vedete, stronzi? Vedete che potere hanno gli entomologi?), e quel suo agitarsi come se fosse stato inseguito da un branco di leonesse in realtà era il suo modo di monitorare la situazione. Se non altro sappiamo che quei bicipiti non se li è fatti regolando il microscopio.
L'entomologo (mi spiace, non ricordo il suo nome) è amico del capo della polizia locale, ma non del sindaco, classico rappresentante del politico viscido e dalla mentalità limitata. E' vero che l'entomologo, col suo magico operare, ha fermato l'epidemia di malaria, ma ha aumentato il numero di zanzare, e questo infastidisce la popolazione, che va a lamentarsi dal sindaco (non le do torto). Lo scambio tra i due è degno delle Comiche:

- Sindaco, ho dovuto aumentare il numero di zanzare per introdurne una quantità sterile che bla bla bla.
- D'accordo, ma adesso ci sono troppe zanzare. Come facciamo?
- I pipistrelli mangiano le zanzare. Aumentiamo il numero di pipistrelli.

Questi entomologi ne sanno una più del diavolo! XD
Giustamente il sindaco lo manda al diavolo e lo licenzia. 
Arriviamo alla Lei del film: è una giornalista che sta seguendo una pista di trafficanti di droga, e guardacaso si trova sulle tracce dello stesso camionista con un debole per i ninnoli. Peccato che questo camionista, superato il confine messicano, faccia un incidente che gli rovescia il camion. Il poliziotto intervenuto dà un'occhiata al carico e, non si sa perché, sente l'irrefrenabile bisogno di aprire PROPRIO la cassa che non doveva essere aperta. Voglio dire, non era l'unica! Perché PROPRIO quella? Comunque lo fa e il vaso di Pandora si apre. Il povero poliziotto muore, punto a morte dalle vespe assassine che, ormai libere, sciamano non si sa bene dove a portare distruzione. Quando la giornalista arriva, non può far altro che denunciare l'accaduto. Fortunatamente per la sua vita sentimentale, al suo richiamo accorre anche l'entomologo. E si sa che un cadavere pieno di bozzi è l'ideale per far scoccare una scintilla.
Nella cassa che aveva contenuto le vespe è rimasto solo il nido. L'entomologo se lo porta a casa e comincia a studiarselo e - orrore! - riferisce preoccupato al suo amico poliziotto: "Ma queste non possono essere vespe normali!"
Ora, a parte che io un nido di vespe normali grande più di una cassa toracica non l'ho mai visto - ma io non sono un'entomologa, del resto - non ho neanche mai visto delle punture di vespe normali che possono lasciare dei bugnoni come quelli che c'erano sul cadavere del povero poliziotto immolato dagli sceneggiatori. Grandi più di palline da golf... una volta una vespa mi ha punto e il dito sì, mi si era gonfiato, ma se mi si fosse gonfiato così tanto avrei chiamato probabilmente un esorcista!
Dopo la mirabile intuizione che ci siano in ballo esserini fuori dalla norma, l'entomologo e la giornalista cominciano a flirtare e a scambiarsi informazioni. Ma il bieco sindaco, preoccupato solo di guadagnare, non accoglie la richiesta saggia dell'entomologo di sospendere le prossime festività, che avrebbero portato turisti nella cittadina. E solo perché il capo della polizia rompe le palle, si decide a chiamare dei rinforzi (qualunque cosa significhi questo). E chi ci troviamo davanti? I Cattivissimi, che non stavano aspettando altro che ricomparire in scena per portare a termine la seconda parte del piano. Sotto mentite spoglie, fanno finta di spargere sostanze insetticide, invece in pratica attirano le vespone (che nel frattempo si è scoperto operano in stile Alien, lasciando le uova dentro il corpo del poveretto che beccano. Uova che poi maturano fino a che un nuovo sciame che, con un buco nella panza, si fanno strada verso l'esterno. Altro che il morso degli zombie...) proprio sulla folla. Sembra il disastro, anche perché la giornalista viene punzecchiata, ma il nostro entomologo non era lì. Era in una chiesa ad ascoltare un sacerdote blaterare di Cortez e di una maledizione (che novità!) che spiegherebbe il perché di quelle vespe. Uso il condizionale perché in realtà non ho capito il discorso che hanno fatto. Ma forse è perché mi sono bloccata davanti a questo dialogo (era più o meno così):

[il sacerdote nota il ninnolo di ambra che, per vie traverse, è passato dal collo dello sfortunato camionista a quello dell'entomologo]
Sacerdote - Ehy, ma c'è una scritta in latino...
Entomologo - Io con il latino me la cavo. C'è scritto... ignos narus. (N.B. "ignos" letto all'inglese, con la G e la N separate)
Sacerdote - Ignos narus?
Entomologo - Vuol dire "fuoco nero"

'Sto cazzo. 
Inizialmente mi ero chiesta come mai un indio del Guatemala avesse un ninnolo con un'incisione in latino (non sa l'inglese e sa il latino??). Poi ho capito che in realtà il latino con questo film non c'entrava niente. Ignos narus non è più latino di ghrlsubj grbishjgf. Porca miseria, erano due parole, cosa poteva costare allo sceneggiatore aprire un dizionario di latino e COPIARLE giuste? Dite che lo sforzo per cercare "entomologo" l'avrà fiaccato? Può darsi.
Va beh, insomma, i Cattivissimi hanno scoperto che il veleno delle vespe può uccidere o rendere immuni a tutte le malattie. Ovviamente la percentuale più alta è di chi ci resta, ma vogliono trovare il fortunatissimo che invece resisterà. E indovinate chi è che viene punzecchiata e poi riesce a rialzarsi in piedi? Ma ceerto, lei, la giornalista! Così Schroeder la rapisce e poi ordina ai suoi scagnozzi di uccidere l'entomologo. Cosa che non riescono a fare, ovviamente, però ce la fanno a mandare all'inferno il buon capo della polizia. Dieci a uno che gli mancavano pochi giorni alla pensione. 
Arriviamo al finale: in una grotta al centro della terra, Schroeder ha portato la bella giornalista non si sa bene per fare cosa, ma ha bisogno di prendere la vespa regina. L'entomologo sopraggiunge, incazzato nero. C'è una collutazione e riesce ad appropriarsi della cassetta che contiene la povera regina. Allora il vile Schroeder punta una pistola contro la giornalista, snocciolando poi il solito monologo in cui il cattivo espone le sue ragioni deliranti, per permettere al buono di venirsene fuori con frasi tipo "Tu... tu sei pazzo!" o roba del genere. Nessuno si ferma a pensare che uno che sta dicendo "Questa ragazza è la portatrice sana, è la cosa più preziosa del mondo per me" non sparerà MAI alla suddetta ragazza, per cui quella pistola alla tempia non dovrebbe fare la minima paura, ma gli entomologi vedono più in là della gente normale. Cerca di liberarla e ci riesce, anche se beccandosi una pallottola sul braccio (ah, le solite ferite marginali che fanno così sexy!). Schroeder finisce in fiamme e un'invasione di simpatici pipistrelli irrompe nella grotta per cibarsi di tutte le vespe killer. Che simpaticoni!
Sembra tutto risolto, MA... il film si chiude circolarmente, con un nuovo branco di Cattivissimi che ritorna alla ricerca delle vespe killer nello stesso tratto di giungla del Guatemala. Notare il dettaglio che qualcuno - non si sa chi, visto che gli indios temono di avvicinarsi a quel posto - ha risistemato le trappole.
Forse è stato l'ignos narus, qualunque cosa sia.

 
 
Current Mood: cynical
Current Music: Herr Mannelig, Haggard
 
 
lanawnshee
10 July 2007 @ 10:28 pm

Forse la data non vi dirà molto. Si sa che le date sono piuttosto ostiche da ricordare. Allora vi dirò un nome. Uno solo. Vajont. 
A questo punto, se vivete sul pianeta Terra, dovreste aver ricordato molte più cose.
Su al Vajont ci torno sempre volentieri, quindi ogni pretesto è buono. Al di là del fatto che è una meta che ogni persona che vive da queste parti dovrebbe vedere almeno una volta nella vita, il posto è molto bello e suggestivo. La gola scavata dal torrente è una cosa spettacolare. Purtroppo per riprenderla a dovere si dovrebbe o volare o salire sulla diga, cosa che non è sempre possibile, ma anche costeggiandola passeggiando a fianco dell'impianto si intuisce quanto sia mozzafiato. E la visione di Longarone (di quel che resta della Longarone vecchia, più che altro) aggiunge sublime al sublime.
Ma la cosa che colpisce più di ogni altra cosa, su al Vajont, è il silenzio assoluto che pervade la zona. Come se il giorno della frana il frastuono sia stato così esagerato che adesso, per secoli, non si sentirà più altro rumore. I paesi abbarbicati lassù, sopra la diga, sono vivi, ma quasi non sembra. Passeggiare per le loro viuzze è come avventurarsi in una città fantasma. Gli abitanti che hanno voluto (fortemente) riprendersi la propria terra non sono tanti. E non me la sento di biasimare molto gli altri. Alcuni avranno pensato che non era sopportabile guardare ogni giorno al punto della Terra da cui si era generata ogni loro tragedia. Altri, più prosaicamente, forse non avevano nemmeno più una casa cui tornare.
La vicenda del Vajont, grazie anche al lavoro di artisti come Marco Paolini e - recentemente - grazie ad un film (uscito però non in tutta Italia, a quanto ne so. E non capisco perché), dopo quasi quarant'anni ha goduto di una piccola ribalta: chiaramente, visto che i protagonisti della tragedia sono poveri montanari, piccoli paesi prima di allora anonimi, e gli antagonisti invece sono organi potenti come l'Enel e lo Stato, non si è trattata di una ribalta di grande effetto, come sarebbe stato giusto. Che dobbiamo fare, così gira il mondo, o almeno l'Italia, pare. Non ci resta che raccontare ogni volta che possiamo la storia. La storia vera, ovviamente. Non quella che per quarant'anni hanno spacciato per verità.
Allora, come inizia la fiaba?
Un bel giorno, una società idroelettrica di nome SADE decide di voler creare un impianto in quella valle, sfruttando la gola che il torrente Vajont nei secoli si era pazientemente scavato. Il luogo è ideale, per certi aspetti: la posizione strategica consentirebbe di raccogliere un notevole volume d'acqua, da tenere come "riserva" da riutilizzare nei momenti di secca del Piave, permettendo così anche agli altri impianti sparsi per la zona di funzionare (e quindi all'energia di essere distribuita. E alla SADE di guadagnare). Le montagne (il Salta e il tristemente famoso Toc) creano in un certo punto una strettoia che sembra fatta apposta per essere chiusa da una diga. Quanto ai terreni da espropriare, sono terre di montagna, povere, che si possono comprare per quattro soldi. Chi se ne frega se i montanari con quelle terre ci vivono. Sono montanari, chi se li è mai filati?
Alla SADE importano queste caratteristiche, e quindi la diga si comincia e in pochissimo tempo è già su, bellissima. Il problema è che il monte Toc quella diga davvero non ce la vuole. L'acqua di quella montagna, assolutamente inadatta ad avere i piedi bagnati, comincia a scavare nella roccia, a infiltrarla, a impregnarla, a farla marcire dentro. Cominciano i boati sordi, i terremoti, le piccole frane preliminari. La montagna si lamenta, avvisa che c'è qualcosa che non va. Ma la SADE vuole vendere un impianto collaudato e funzionante, e prosegue imperterrita col suo lavoro. Poi arriva il 9 ottobre. Alle 22.39 il Toc crolla. Una fetta gigantesca di montagna, con bosco, pascoli e terra, una enorme M si tuffa sciaguratamente nelle acque del lago. M di morte, purtroppo. Danni ad Erto e Casso, i due paesi che stavano sopra al lago e che da anni lottavano - inascoltati - per scongiurare quella catastrofe. Ma soprattutto danni a Longarone, la cittadina che stava ai piedi della gola del Vajont che, ignara di tutto, quella sera viene prima spazzata via dall'aria generata dall'ondata che correva contro di lei nella gola, e poi letteralmente cancellata dall'ondata stessa.
Il risultato? Più di duemila morti.
Il risultato? Questo:
Foto 1
Foto 2
Prego notare che l'intera M non poteva essere fotografata perché troppo enorme per entrare nell'obiettivo. Nonché per essere colta a colpo d'occhio.
Prego notare che quell'ammasso di terra che si vede sopra il bordo della diga in quel punto è in una delle sue depressioni: la frana che riempie il serbatoio del Vajont è così enorme che da certi punti quasi copre alla vista la vetta della montagna retrostante.
Foto 3
Quanto alla profondità della diga... tanto per darvi un'idea:
Foto 4
Questo è il livello più basso a cui arriva la terra della frana.
Foto 5
Questa è la diga nella sua interezza. Il punto che si vede nell'altra foto corrisponde più o meno a poco più sotto del primo "cornicione" dall'alto.

I segni lasciati dalla diga ai due paesi della montagna sono più che altro nel cuore di chi quel disastro l'ha vissuto. Erto e Casso, nella sciagura, sono stati in qualche modo protetti e salvati da quella stessa montagna che li aveva nutriti da quando erano sorti: il primo è stato sorvolato dall'ondata, che dunque l'ha colpito dall'alto, ma non l'ha trascinato via con sé. Il secondo è stato salvato da uno spuntone di roccia contro cui l'acqua sollevatasi contro di lui andò a sbattere, perdendo potenza. Molte case, poi, presumibilmente sono state ricostruite e oggi i paeselli appaiono anche gradevoli e caratteristici. Il colpo d'occhio di Casso, ad esempio, è molto carino:
Foto 6
Foto 7
Tuttavia - soprattutto gli ertani - non hanno voluto cancellare tutto. Che restino i segni di ciò che ci è stato fatto, sembrano voler dire questo con la loro decisione di ricostruire la nuova cittadina in alto, e lasciare quella vecchia con le stesse cicatrici che le sono state inferte a suo tempo.
Foto 8
Foto 9
Foto 10

Chiuderei con queste due foto, scattate in quel di Erto, dove vive un signore di nome Mauro Corona, autore di alcuni libri e molto amato e conosciuto, almeno da queste parti. Nessuno meglio di lui e di quelli che, con testardaggine e tenacia, si sono voluti riprendere quello che era stato loro tolto, e che non hanno mai voluto dimenticare la verità.
Foto 11
Foto 12

 
 
Current Mood: melancholy
Current Music: Within Temptation, Ice Queen
 
 
lanawnshee
12 June 2007 @ 09:34 pm

L'obiettivo televisivo della settimana era assistere ad una puntata di Garo. L'altro martedì sono stata così scaltra da innervosirmi per il segnale disturbato di MTV giusto in tempo per spegnere la carcassa all'ora x, quindi ormai era una questione di principio.
Beh, oggi l'ho visto. Alla luce di tutto, direi che è un buon motivo per parlare d'altro.

(Scherzi a parte, la puntata di stasera ha avuto come effetto collaterale il farmi  trovare un'altra scusa per non andare nel tabacchino in piazza a comprare una batteria nuova per l'orologio, che mi si è scaricato. 
Cordoglio per la battuta ad effetto del protagonista:
"Non me ne importa niente di quella ragazza, per me è solo un'esca. Quando non mi servirà più, la ucciderò"
Aah, sento l'effetto Gankutsuou. Amico nipponico, non promettere cose che non sarai mai in grado di mantenere... T_T)

(Comunque onore al merito degli sceneggiatori. Credo che nessuno sia mai riuscito  a rendere minaccioso un accessorio come l'orologio...)

Parlando d'altro, vorrei proporvi quest'altro test, che purtroppo non riesco a ricordare dove ho visto. Oddio, non è propriamente un test.

(Gah, altra battuta epocale.
Cattivo - Perché combatti per gli umani?
Buono - Perché se lo meritano, nonostante tutto. E io credo in loro.
Io non perdo la speranza, un giorno, di sentire una risposta del genere:
Buono - Gli umani? E chi se li incula? A me stai sulle palle tu. Muori!)

Comunque, dicevo, non è propriamente un test. Non so neanche io come definirlo... diciamo, una presa di posizione letteraria. Si tratta semplicemente di rivelare al mondo i titoli dei nostri cinque libri preferiti, corredati di incipit. Sì, è una cosa totalmente inutile. Ma fa sembrare tanto intellectual-chic. E al massimo ci si può consigliare qualche buon libro. I titoli non sono in ordine di gradimento, ma di reperibilità sugli scaffali (e per alcuni, dovrò riciclarmi speleologa, temo...).

1. Il Nome della Rosa, di U. Eco ("In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio,  il Verbo era Dio. Questo era in principio presso Dio e compito del monaco fedele sarebbe ripetere ogni giorno con salmodiante umiltà l'unicoimmodificabile evento di cui si possa asserire l'incontrovertibile verità").

2. Demian, di H. Hesse ("Per raccontare la mia storia devo incominciare dal lontano inizio. Se mi fosse possibile, dovrei rialire molto più addietro, fino ai primissimi anni della mia infanzia, e più oltre ancora nelle lontananze della mia origine").

3. Il Conte di Montecristo, di A. Dumas ("Il 24 febbraio 1815 la vedetta della Madonna della Guardia segnalò la nave a tre alberi Pharaon proveniente da Smirne, Trieste e Napoli. Come al solito, un pilota costiero partì subito dal porto, costeggiò il castello d'If e abbordò la nave tra il capo di Morgion e l'isola di Rion").

4. (Questa è una presenza simbolica per tutta la produzione di questo autore) Lepidezze postribolari, ovvero populorum progressio, di D. Luttazzi ("Una volta, per sbaglio, sono entrato nella camera dei miei zii mentre stavano facendo sesso. Dovreste vedere la mia faccia sorpresa nel video").

5. Questa non serve presentarla: Narrami, o Musa, dell'eroe multiforme, che tanto / vagò, dopo che distrusse la rocca sacra di Troia: / di molti uomini vide le città e conobbe i pensieri, / molti dolori patì sul mare nell'animo suo, / per acquistare a sé la vita e il ritorno ai compagni. (Ok, la traduzione della Mondadori fa schifo. "Eroe multiforme"?? Così Ulisse sembra uno degli X-Men... leggete "multiforme", traducete con "scaltro", please)

Oh, ce ne sarebbe un altro che è rimasto fuori dal gruppo ma che vorrei citare lo stesso. 
Fuori concorso - La Bibbia, AAVV ("In principio Dio creò il cielo e la terra. Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l'abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque").

Ovviamente sto scherzando.

 
 
Current Mood: lazy
Current Music: You won't see me coming, Gankutsuou OST
 
 
lanawnshee
07 June 2007 @ 11:01 am
Siamo abituati a immaginarci il mondo dell'antica Grecia come qualcosa di estremamente razionale e ordinato. Una sorta di età dell'oro dove tutto funzionava bene, o perlomeno meglio di oggi, dove tutto era funzionale allo scopo. Piccole dimensioni e possibilità diretta di azione per i cittadini, per noi abitanti degli Stati Moderni sembrano garanzie di Paradiso. Altro che burocrazia infinita per poter farci sentire quelle poche volte che abbiamo bisogno di farci sentire.
Nonnno. Bisogna studiarsela, la storia greca, per scoprire che non era affatto così. Mah, dev'essere una specie di maledizione legata ai sistemi politici occidentali (e probabilmente non solo). Una sorta di legge di Murphy: se qualcosa potrà essere incasinato, qualcuno lo incasinerà. E così mi sono ritrovata a dover studiare con sguardo via via più allucinato alcuni dettagli della vita politica di un Ateniese dell'età classica senza riuscire a credere che QUELLO, esattamente QUELLO è il sistema che viene comunemente preso a modello di virtù. Per cui, per sfatare questo mito (c'è sempre un sadico, cinico piacere nello smontare i miti consolidati, diciamolo) voglio condividere con voi la follia degli Ateniesi antichi. Potrà farci bene renderci conto di vivere in un mondo meno paranoico del loro.

Il sistema della Follia riguardava la nomina dei giurati. Ora, piccole premesse generali: ad Atene non c'era una magistratura, qualunque cittadino poteva fare il giurato, a patto che prestasse un giuramento particolare e che venisse scelto per quella determinata giornata e quel determinato tribunale. Una volta le cose erano piuttosto logiche: dei seimila candidati potenziali, chi primo arrivava meglio alloggiava. E siccome si veniva retribuiti per svolgere la mansione di giurato, potete immaginare che ci fosse una certa folla davanti ai Tribunali (sì, anche in questo tutto il mondo è paese, pare).
Ma c'era un problema: la corruzione (e questa lezione, soprattutto in Italia, l'abbiamo imparata benissimo). I giurati si potevano lasciar corrompere, e quindi bisognava trovare un modo per aggirare il problema. Ora, la possibilità più logica sarebbe stata quella di rendere i controlli più severi, e di inasprire le pene per corruzione (che erano già piuttosto forti, del resto). Ma gli Ateniesi, preda di paranoia somma e di probabili problemi di digestione, elaborarono una strategia che scoraggiava eventuali balordi a imbrogliare non perché fosse a prova di bomba, ma perché era troppo incasinata per convincere chiunque (a parte lo studioso odierno... XD) a capirci qualcosa.
Vediamo se arrivate anche voi in fondo. Prendetela come una prova d'intelligenza. XD

Ordunque, tutto comincia all'alba. All'alba tutti i cittadini che avevano prestato il giuramento si presentavano presso il Tribunale. Il complesso del Tribunale aveva dieci entrate, una per tribù, e ad ogni entrata c'erano dieci ceste, contrassegnate da dieci lettere dell'alfabeto, da A a K. Ogni giurato possedeva di suo una specie di tesserina in bronzo, con su incisi il suo nome e una lettera. Quindi, ogni giurato avrebbe dovuto recarsi all'entrata della sua tribù e lasciare la sua tesserina nella cesta che riportava la stessa lettera che vi era incisa sopra.
Ci siete ancora? Bene.
A controllare che tutto si svolgesse per il meglio c'erano dieci funzionari. Quando tutti erano entrati, 'sti dieci funzionari (ognuno dei quali si occupava di una porta e del suo carico di ceste) pescava una tesserina per cesta, per un totale di dieci a testa. Questi primi cento estratti entravano a far parte subito della giuria, ma non solo. Dovevano alzarsi e pigliare ognuno la cesta con la lettera dalla quale era stato estratto e poi fare un giochino piuttosto divertente. A disposizione dei tribunali c'erano degli affari chiamati kleroteria: si trattava di alcune colonne alte come un uomo con varie fessure. Un po' come i porta cd odierni. Queste fessure erano a misura di targhetta. I dieci estratti dovevano inserire tutte le targhette nei buchi dei kleroteria. A questi cosi era collegato un tubo che veniva riempito a caso di palline nere e bianche (le palline bianche erano un quinto delle nere). A turno veniva fatta scendere una pallina: se era nera, i possessori delle prime cinque tesserine infilate potevano riprendersele e tornare a casa, perché erano stati scartati. Se era bianca, invece, sarebbero stati giurati per la giornata, e così via, fino a che non erano uscite tutte le palline bianche.
E' una cosa che fa molto quiz di Rete Quattro, ma tant'è. Dev'essere stato anche divertente, in qualche modo.
Alla fine si aveva il numero necessario di giurati per la giornata. Ma non è mica finita qui, perché Atene non aveva un solo Tribunale, ce n'era più di uno. E quindi bisognava decidere quali giurati assegnare a quale tribunale.
Passato il primo livello del videogioco, si accedeva al secondo: le varie entrate dei tribunali (contrassegnate da lettere dalla lamba in poi) avevano un colore che le contraddistingueva. Prima di queste entrate c'era una cesta contenente delle ghiande con su incisa una lettera. I giurati ne pigliavano una e si recavano al tribunale corrispondente a quella lettera che avevano pescato. Poi consegnava la sua piastrina a un funzionario, che la ficcava in un contenitore che identificava il tribunale per il quale era stato sorteggiato, e riceveva da uno schiavo pubblico un bastone con il colore e la lettera del tribunale capitato in sorte (inutile dire che io avrei usato il bastone per fare una strage dell'idiota che s'è inventato tutto quel casino). Ma visto che sembrava che gli Ateniesi provassero una certa lussuria per tutti 'sti scambi di aggeggini e oggettini, una volta entrato nel tribunale il giurato doveva consegnare ghianda e bastone, e riceveva in cambio un altro contrassegno. Io sarei entrata in tribunale già incazzata come una biscia, non so voi. Sarei stata così isterica che Bernardo Gui avrebbe pregato di non farsi giudicare da me. XD
Ora voi direte: beh, almeno adesso è finita. No, miei piccoli amici. Vi pare che potesse essere così "semplice"? Perché tra i giurati bisognava scegliere il controllore della clessidra, i conteggiatori dei voti e i giurati che avrebbero provveduto a distribuire le paghe giornaliere. E secondo voi in che modo si sceglievano? Attraverso designazione diretta da parte del presidente del Tribunale? (Risata isterica in sottofondo). Ah, e a proposito del presidente del Tribunale... OVVIAMENTE anche quello andava sorteggiato tra i funzionari che avevano controllato la procedura.
Bene. Siete arrivati fino in fondo? Bravi!
Ora non so voi, ma io al pensiero di dover affrontare quasi giornalmente tutto questo ambaradan ho dei travasi di bile. Io che trovo fastidioso pefino il sistema del numerino al banco dei salumi al supermercato.
Ma tutto questo è stato educativo, a suo modo. D'ora in avanti non mi lamenterò più per le file alle Poste*.


*: A meno che le Poste non decidano di dotarsi di dieci entrate, una per tribù, con dieci ceste presso ognuna contraddistinte da dieci lettere ecc.ecc.ecc.
 
 
Current Mood: confused
Current Music: Loreena McKennitt - Sacred Shabbat
 
 
lanawnshee
05 June 2007 @ 07:06 pm
Beh, era anche ora. La data di nascita di questo LJ è di un bel po' di tempo fa. Ma, per rimanere nei termini metaforici del parto, è come se l'avessi sbattuto per un bel po' in incubatrice. E non è che il blog è un povero settimino, sono io che sono una madre snaturata. Ma sapete com'è, si prova sempre una sorta di selvaggio piacere quando si ha la possibilità di creare qualcosa di nuovo, e quindi non si pensa che magari non si ha tempo per allestire il nuovo spazio web con calma.
Ma ora, vergognandomi di questo periodo di limbo, parto alla carica e così eccomi qui a scrivere -emozionata - il primo post.
Mi sento un po' in colpa per non essere riuscita a dare di me una descrizione soddisfacente nel profilo. Abbiate pazienza, sono sempre stata un disastro ad autovalutarmi. Anche perché di solito tendo al ribasso per quanto riguarda le mie possibili doti, e non credo che una descrizione di me fatta da me riuscirebbe a invogliare più di tanto, a meno che non amiate termini come "isteria" e sinonimi e derivati. Per cui, gironzolando qua e là allegramente, ho trovato - e rubato - qualcosa che potrebbe essere abbastanza utile per farvi un'idea di chi vi troviate virtualmente davanti. Questo test sulla personalità l'ho sgraffignato dal LJ di Lux. Noblesse oblige. Adesso che ho messo i credits e non mi sento più criminale, voilà:

My Personality
 
Neuroticism
49
Extraversion
29
Openness To Experience
66
Agreeableness
1
Conscientiousness
61
You are introverted, reserved, and quiet with a preference for solitude and solitary activities. Your socializing tends to be restricted to a few close friends. Stressful and frustrating situations can be upsetting to you, but you are generally able to get over these feelings and cope with these situations. A desire for tradition does not prevent you from trying new things. Your thinking is neither simple nor complex. To others you appear to be a well-educated person but not an intellectual. People see you as tough, critical, and uncompromising and you have less concern with others' needs than with your own. You are reasonably reliable, organized, and self-controlled.

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Un'ultima precisazione: per me quell' 1% in "Agreeableness" è un VANTO. XD
Ad maiora!
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